Cervelli in fuga”. C’erano una volta e continuano ad esserci. Giovani italiani, laureati e specializzati, con tanto di dottorato di ricerca, in cerca di un futuro brillante, professionale e personale. Il nostro bel Paese, tutto pasta, pizza, mandolino, arte, e cultura, è finito troppo spesso sulla cresta dell’onda l’alto indice di precarietà lavorativa che, in particolare i nostri talentuosi ricercatori, purtroppo soffrono.

Stipendi bassi, difficoltà abnormi nel fare il tanto atteso salto di qualità. Con la triste conseguenza che, senza uno stipendio fisso e ragionevole, non ci sono le basi per costruire una propria indipendenza economica e, perché no? progetti di vita a due.

Significativa l’ultima ricerca condotta dal saggio dai ricercatori esperti, Leopoldo Nascia e Mario Pianta, presentata due giorni fa nel corso della Web conference, “Vecchia e nuova emigrazione italiana all’estero, organizzata dal Centro Studi IDOS, autore dell’annuale pubblicazione, “Dossier Statistico Immigrazione”. Solo un mese fa, lo scorso ottobre, i registri consolari hanno registrato circa 6,2 milioni di giovani, laureati e ricercatori, emigrati all’estero. Numeri che sono doppi, rispetto a 15 anni fa. Negli ultimi 12 anni, esattamente nel periodo 2008-2019, sono 14mila i ricercatori “nostrani” che hanno fatto le valigie, emigrando all’estero. Oggi, questi professionisti lavorano e con tanto di lodi e menzioni dal paese che li ha accolti. Considerati i migliori in assoluto.

Cervelli in fuga, a ottobre 6,2 milioni di ricercatori iscritti nei registri consolari 

Foto: microscopio per la ricerca
Cervelli in fuga, a ottobre 6,2 milioni di ricercatori iscritti nei registri consolari
Foto: microscopio per la ricerca

Dato di fatto spiegato, dettagliatamente, così: “Dal 2008 al 2019 si possono stimare circa 14 mila persone che hanno conseguito un dottorato di ricerca in Italia, dove erano residenti prima dell’immatricolazione all’università, e che sono emigrate permanentemente all’estero. Stima peraltro prudente, che non considera i laureati che erano già andati all’estero per conseguire il dottorato e hanno proseguito lì la carriera. Una vera e propria emorragia. Ma è sbagliato definirla “fuga di cervelli”: piuttosto, la decisione di lasciare l’Italia, per ricercatori italiani con in tasca laurea e dottorato – la componente più qualificata di chi ha compiuto il percorso universitario – è una scelta consapevole dettata dal bisogno di essere valorizzati sia dal punto di vista della carriera, sia sotto il profilo economico. Nel nostro Paese, infatti, sarebbero solitamente destinati ad anni di lavoro precario, con una scarsa possibilità di stabilizzazione e di ascesa professionale, e a una bassa remunerazione per i loro titoli e la loro preparazione. I nostri ricercatori all’estero producono ottime pubblicazioni, più numerose rispetto a quelle di francesi e tedeschi. E in relazione alla dimensione del sistema di ricerca italiano, «la migrazione dei dottori di ricerca possiede un peso elevato. Il numero di dottori di ricerca che sono emigrati tra il 2008 e il 2019 all’estero è pari a circa un quarto di tutto il corpo docente delle università italiane. Se tornassero tutti in Italia, le università recupererebbero i livelli di personale che avevano prima della crisi del 2008. Peraltro i 14.000 dottori di ricerca emigrati all’estero sono all’incirca lo stesso numero degli assegnisti di ricerca presenti nelle università italiane, coinvolti in progetti di ricerca, ma che non fanno parte del personale strutturato delle università”.

Come mai l’Italia continua a mantenere questo trend negativo di precarietà, spingendo nove persone su dieci a cercare fortuna altrove? Significativo è un saggio, scritto dal Prof. Alessandro Rosina, docente di Demografia presso l’Università Cattolica di Milano. La situazione tracciata parla chiaro: “Nel 2018 oltre la metà di chi si è trasferito aveva un titolo di studio medio-alto, con una crescita del 45% rispetto ai 5 anni precedenti. In valore assoluto i laureati sono stati 29 mila e solo circa la metà (15 mila) ha fatto il percorso inverso. Una perdita netta che in dieci anni arriva a superare le 100 mila unità. Nella possibilità di andare all’estero c’è la componente positiva della scelta ma anche quella negativa della necessità, rafforzata ulteriormente dopo la recessione del 2008. Retribuzioni più elevate e capacità di crescita professionale in un contesto che premia le competenze, l’impegno, la voglia di fare: questo fa soprattutto la differenza nella componente della nuova emigrazione”. Rosina conclude la sua analisi definendo i giovani espatriati o expat “la ventunesima regione italiana che deve avere la possibilità di essere riconosciuta e messa in relazione, per diventare nodo di una rete e contribuire al proprio Paese oltre i confini”.

AireAnagrafe dei residenti all’estero. Fino allo scorso anno erano quasi 5,5 milioni. Di questi 5,5 milioni, più della metà è composta da persone emigrate per lavoro. Alla fine di ottobre 2020, gli schedari consolari hanno registrato circa 6 milioni e 240mila italiani che hanno varcato i nostri confini. L’arrivo della pandemia, Covid-19, un virus che ha letteralmente travolto sia il nostro Paese che il resto del globo terrestre, e che rischia, seriamente, di danneggiare il tessuto economico, imprenditoriale, e sociale italiano, è l’ultima ciliegina amara aggiunta su una torta, già avariata da diversi anni.

Ritratto generale di un Paese critico, in parte malato, con diverse generazioni e famiglie in piena tormenta.

Vecchia e nuova emigrazione italiana all’estero

Fonte video: IDOS- Dossier Statistico Immigrazione

“VECCHIA” E “NUOVA” EMIGRAZIONE ITALIANA ALL’ESTERO

 

Di Marco Chinicò

Marco Chinicò, 41 anni, giornalista pubblicista, fotogiornalista e videoproducer. Ideatore, fondatore, editore della testata d'informazione giornalistica, CHINICS NEWS. Nata nel 2011, online fino al 03 luglio 2019. Oggi è CHINICS NEWS MAGAZINE