Se tornassi indietro non denuncerei più, chiuderei la relazione e basta. È stato troppo umiliante. Alcuni  agenti mi hanno detto che avrei dovuto rispondere alle botte del mio ex visto che sono un uomo. Mi sono sentito io quello sbagliato, incapace di difendersi. Il centro antiviolenza a cui mi sono rivolto ha deciso, solo dopo una riunione straordinaria, di accettare il mio caso: ho dovuto chiamare decine di volte. Poi abbiamo iniziato il percorso, ma con un grande imbarazzo. Ero il primo uomo che vedevano. E che dire delle dichiarazioni che ho rilasciato nell’ufficio del pm, mentre un flusso di persone andava avanti e indietro, sghignazzando per i miei racconti? Credo che le persone e le strutture non siano pronte per storie come la mia. Quando la vittima di violenza domestica è un uomo, tutto diventa più difficile. Avrei voluto trovare le istituzioni all’altezza della situazione, invece mi sono solo sentito a disagio. Credo che per il mio ex compagno sia stato, almeno in parte, così: in quanto gay abbiamo tutti addosso una vulnerabilità maggiore, che in certe personalità può trasformarsi in violenza. E non c’è mai nessuno specialista davvero esperto di queste situazioni a cui rivolgersi, né dalla parte della vittima né da quella del violento. Voglio raccontare questa storia per fare in modo che chi la vivrà dopo di me possa avere un trattamento migliore. Magari uno sportello per gay nei centri antiviolenza o uno dedicato ai casi di violenza domestica presso Arcigay”. (Fonte dichiarazioni: 27esimaora.corriere.it, 22 Marzo 2015).

Queste sono le parole di un giovane uomo trentenne, residente nel bolognese, omosessuale e vittima di violenza da parte del suo ex compagno, di qualche anno più giovane. Le botte, gli abusi sessuali dentro casa prima, poi le minacce all’ingresso del posto di lavoro dove questa povera vittima lavorava. Diciamo “lavorava” perchè questo ragazzo, dopo le pesanti violenze, le umiliazioni ricevute e le difficoltà abnormi nel ricevere aiuto, ha dovuto anche subire la beffa di essere licenziato. Il titolare della ditta dove la vittima ha prestato servizio in qualità di addetto alle pulizie, non ha più tollerato il fatto che, causa i continui appostamenti del pericoloso compagno, una volta presentatosi anche armato di coltello, il suo dipendente interrompesse di colpo e continuamente il suo turno di lavoro. Quest’ultimo, ora, sta uscendo pian piano e con molta fatica, emotivamente parlando, dall’immenso vicolo cieco nel quale è finito, senza averne colpa. Il fatto risale ad un pò di tempo fa e raccontato alla rubrica, 27esima Ora, del Corriere della Sera.

"Quando è il maschio a subire e nessuno sa e vuole vedere".
Nella foto, una donna vittima di violenza
“Quando è il maschio a subire e nessuno sa e vuole vedere”.
Nella foto, una donna vittima di violenza

Ieri a Roma, non solo un giorno di festa e memoria per i 70 anni della nostra Repubblica. Una fiaccolata in ricordo della giovanissima Sara Di Pietrantonio, barbaramente uccisa dal suo ex fidanzato. La giovane donna bruciata, insieme alla sua auto, domenica notte in Via della Magliana, per la folle ferocia di un uomo che non ha per niente accettato la fine della loro relazione. “Sara non la prima, ne l’unica e ultima. A Milano, trovata impiccata una giovane stilista di 37 anni, ma gli inquirenti non escludono che possa trattarsi di un omicidio “mascherato” da suicidio. In provincia di Bologna, una giovane infermiera incinta avvelenata con la soda caustica dal suo compagno. Tornando indietro nel tempo, sfogliando le tristi pagine della cronaca nera, leggiamo: Lidia Macchi, uccisa nel 1987 e un presunto responsabile arrestato dopo 29 anni di lunga attesa. Simonetta Cesaroni, uccisa il 07 agosto 1990 in Via Carlo Poma a Roma. Un delitto senza colpevole o colpevoli. Maria Pia Labianca, uccisa dal suo ex fidanzato nel marzo 1999, Melania Rea, giovane mamma e moglie assassinata con 30 coltellate da suo marito, Salvatore Parolisi, militare di carriera e condannato in via definitiva. Antonella Riotino, un’altra vittima di un fidanzato tremendamente geloso e possessivo. Elena Ceste, la donna di Costigliole d’Asti, scomparsa nel gennaio 2014 e ritrovata senza vita in un canale, dopo 10 mesi. Accusato il possessivo marito, Michele Buoniconti, condannato a 30 anni di carcere in primo grado e in attesa di giudizio definitivo. Sono alcune delle numerosissime donne assassinate da uomini padroni e particolarmente brutali. Lucia Annibali; marchigiana, avvocato, fortunatamente viva, ma sfigurata con l’acido dal suo ex fidanzato, Luca Varani, condannato ad una pena esemplare per le lesioni gravissime e permanenti a lei provocate. Lucia è diventata un’icona; un esempio di forza e coraggio per tante donne che si sono ritrovate a vivere una situazione simile alla sua, ma non in grado di difendersi oppure scappare dalla terribile casa in cui hanno vissuto finora. Solidarietà, senza se e ma, alla famiglia di Sara, a tutte le donne vittime di “mostri umani” e NO ad ogni forma di violenza su donne e anche sugli uomini.

"Quando è il maschio a subire e nessuno sa e vuole vedere".  
Nella foto, un caso di maschicidio raccontato da Repubblica.it
“Quando è il maschio a subire e nessuno sa e vuole vedere”.
Nella foto, un caso di maschicidio raccontato da Repubblica.it

“Uomini completamente immuni e tutelati da ogni forma di aggressione e violenza, sia essa fisica o psicologica? Assolutamente no! Uomini non in grado di difendersi da ogni forma di aggressione subita, sia essa compiuta da donne o uomini? Purtroppo sì e nemmeno possono usufruire dell’intervento di centri o associazioni specializzate”. La statistica dice che sono più le donne a ricevere le violenze, di uomini che denunciano violenza si sente parlare rare volte, ma questo non significa che non siano esposti a seri pericoli. Agli occhi di chi non è testimone diretto della sua sofferenza, sembra quasi assurdo, così difficile credere che anche persone di sesso maschile possano ricevere violenza. Centri anti-violenza a disposizione anche per gli uomini, del tutto assenti nel nostro territorio? I centri o punti di ascolto altamente qualificati, a tutela delle donne, non sono molti e quei pochi che vi sono non godono di vita facile, causa la scarsità dei finanziamenti dovuta alla crisi economica che ancora viviamo. Riguardo la possibilità, anche per un uomo, di rivolgersi a qualche centro, quest’ultima si conta con il contagocce. Rispetto agli altri paesi europei, l’Italia è una delle poche nazioni a non avere al suo interno o ad averne pochissime, vere strutture in grado di offrire agli uomini l’occasione di denunciare eventuali violenze subite. Realtà, invece, presenti fuori dai nostri confini e con tanto di case-accoglienza per i maschietti costretti a fuggire dalla loro dimora. Veronica Cardin, neurologa e responsabile della Onlus Ankyra, con sede legale e operativa a Milano, è intervenuta tempo fa sulla questione: “Esiste un sottobosco molto fitto e stiamo per avviare un monitoraggio in tutta Italia per capire la portata del fenomeno. È raro che l’uomo denunci una violenza, fisica o morale che sia, ma a quanto pare i casi sono tanti. I volontari dell’associazione si sono resi conto che, anche se un uomo volesse denunciare un maltrattamento, avrebbe serie difficoltà a trovare un interlocutore. Il servizio anti violenza che risponde al numero 1522, assiste le donne, fornisce ascolto e perfino una stanza dove farle dormire se vogliono scappare dal marito aggressivo. Non esiste nulla di tutto ciò se la vittima porta i pantaloni. Il nostro sogno è quello di poter costruire una casa rifugio e di dare risposte a chi ora non ne ha. Il caso tipo? Lei perdona un tradimento o uno sgarro, fa quella superiore. Poi dà inizio a un massacro psicologico che va ben oltre qualche rinfacciamento durante le litigate. E che arriva a levare sicurezza al marito, rendendolo fragile e vulnerabile anche nel lavoro. Finché sfocia nella minaccia delle minacce: “Ti porto via i figli e non li vedrai mai più”. (Fonte: ilgiornale.it23/10/2013. Link articolo: http://www.ilgiornale.it/news/interni/casa-rifugio-uomini-vittime-delle-donne-960910.html)

Parliamo della denuncia, atto primo e passo obbligatorio da fare per provare a liberarsi del carnefice di turno. Le nostre forze dell’ordine ossia Polizia, Carabinieri e, solo quando scopre per combinazione un caso di violenza grave, la Guardia di Finanza, hanno al loro interno personale preparato, competente, esperto, professionale, soprattutto sensibile di fronte a temi come abusi, maltrattamenti e vessazioni psicologiche. Capita, purtroppo, che serietà, competenza e professionalità non bastano: poliziotti o carabinieri e magistratura si ritrovano con le mani legate e nell’impossibilità di aiutarti. La causa, molte volte, è da ricercare nell’insufficienza di prove regine e schiaccianti per incastrare il colpevole o la colpevole di abusi o maltrattamenti. La situazione diventa ancora più difficile se chi vuole sporgere denuncia, ha subito vessazioni psicologiche. Situazione bruttissima nella quale finiscono bimbi, bimbe, ragazzi e ragazze vittime dei bulli a scuola o uomini vittime dell’esistente, decisa, spietata e non facilmente dimostrabile, cattiveria femminile. Altro fattore da considerare, la cultura, in questi casi fuori luogo, di ricorrere troppo facilmente alla conciliazione fra le parti, specie nelle accese controversie di separazione che vedono come protagonisti una coppia, a prescindere da chi sono autore e vittima di comportamenti violenti in questione. Conciliazione letteralmente da bandire quando la violenza che si subisce è gravissima. Anche D.i.ReDonna in rete contro la violenza, è intervenuta sul tema, con particolare attenzione alle tante ragazze o signore sfortunate, chiedendo la piena applicazione della Convenzione di Instanbul: “In questo paese un terzo delle donne subisce violenza, ancora poche denunciano, quelle che lo fanno passano attraverso le forche caudine. Spesso le forze dell’ordine non sono adeguate e non agiscono, lasciando mano libera ai violenti, ai persecutori e agli assassini. Quasi tutte le donne uccise avevano chiesto aiuto, quasi tutte si erano già rivolte alla polizia, eppure sono morte lo stesso. I Centri Antiviolenza che sanno come agire, come difendere le donne sono finanziati raramente e a singhiozzo e pochi hanno il denaro sufficiente per gestire case rifugio. Nelle scuole non si fa alcuna prevenzione, non si educano le ragazze a riconoscere il pericolo, a difendersi, a sottrarsi. Non si educano i ragazzi al rispetto e al limite”. (Fonte: http://www.direcontrolaviolenza.it- 30 maggio 2016. Link articolo: http://www.direcontrolaviolenza.it/un-altro-femminicidio-chiedimano-la-piena-applicazione-della-convenzione-di-istanbul/)

Quando è il maschio a subire e nessuno sa e vuole vedere“. Donne e uomini vittime di violenza, diritto a difendersi ed essere tutelati; “pari opportunità? Non proprio. C’è molto da discutere e parecchia strada, ancora, da percorrere”. 

Di Marco Chinicò

Marco Chinicò, 42 anni, giornalista pubblicista, fotogiornalista e videoproducer. Fondatore e responsabile della testata d'informazione giornalistica, CHINICS NEWS. Nata nel 2011, online fino al 03 luglio 2019. Oggi è CHINICS NEWS MAGAZINE