Disoccupazione, cassa integrazione, esodati, precari, il defunto art. 18, famiglie che non arrivano a fine mese o ci arrivano in pieno affanno, il dilemma della pensione: arriveremo mai a smettere di lavorare? E’ il ritratto di un mercato del lavoro italiano, sempre più instabile, vicinissimo al baratro, molto lontano dalla via della resurrezione. Il mondo del giornalismo, in particolare, soffre da anni questo stato di crisi. Una crisi, in parte aggravata dagli effetti della crisi economica generale che ci ha colpito nel 2008, in buona parte causata da un sistema i cui effetti, con l’esplosione del periodo critico, si sono incancreniti.

L’origine di questa situazione difficile a dir poco, dobbiamo cercarla andando parecchio indietro nel tempo; la storia insegna che i primi giornali ad essere diffusi, sono stati i bollettini d’informazione dei partiti politici. Un fatto che spiega, a chiare lettere, il forte connubio o sodalizio tra la classe politico-dirigente e l’informazione italiana. Un sodalizio talmente forte che ha “colpito” gli organi di comunicazione e informazione degli enti pubblici, i cui vertici sono decisi dal leader del momento, fino ad arrivare al servizio pubblico. Il Cda della Rai, la nostra TV di Stato, è interamente guidato dai partiti; la ciliegina amara su una torta già avariata.

Questa crisi di sistema si è aggravata ancor di più con tre episodi, storicamente parlando, molto significativi: la grossa controversia legale, legata alla Mondadori, e che ha visto protagonisti due grossi editori: Silvio Berlusconi da una parte e Carlo De Benedetti dall’altra. Il tutto cominciò fra la fine degli anni ’80 e i primissimi anni ’90. Ci pensò un discusso e controverso lo arbitrale a risolvere, parzialmente, la questione. Da questa disputa, si può dire che nacquero due poli editoriali. I giornalisti di quel tempo dovevano fare una scelta: o con Berlusconi o con De Benedetti. Il secondo fatto storico è la discesa in politica di Silvio Berlusconi, padrone del Gruppo Fininvest ed editore di diversi giornali e riviste. Discesa che aprì, ufficialmente, l’intricata questione del conflitto di interessi. Un problema di fondo, mai affrontato e, tantomeno, risolto dalle forze di opposizione. Con l’exploit del web, avvenuto ufficialmente dal 2005 in poi, è venuto meno il monopolio e la conseguente supremazia assoluta della carta stampata. Il grande errore commesso dai vecchi editori è stato non aver considerato il web la nuova risorsa o frontiera sulla quale, almeno, provare a investire. Con il passare del tempo, il dominio del web, dell’informazione online, della tecnologia sempre più sofisticata, complice una non indifferente crisi-politico internazionale e l’entrata sullo scenario globale di personalità discutibili, ha favorito il repentino diffondersi delle fake news, togliendo così i riflettori all’informazione di qualità, l’informazione che nasce ogni giorno dal lavoro delle redazioni.

Non da ultimo, la crisi dell’intera macchina editoriale. La causa è da ricercare nel crollo degli ingressi pubblicitari, ma anche nella grossa pecca culturale che ha caratterizzato il nostro paese: una presenza decisamente scarsa di editori puri, solitamente a capo di case editrici specializzate in settori speciali, e la presenza, nel panorama editoriale nazionale, di personaggi prestati all’editoria e che si siedono sull’ambita poltrona per volere della corrente politico-finanziaria di turno. Una situazione che ha condizionato parecchio l’accesso alla professione, complice anche il gran potere che rivestono le scuole di giornalismo-radiotelevisivo che, di fatto, hanno cancellato il vecchio praticantato giornalistico di 18 mesi, sancito dall’art. 34 della storica legge del 1963. Legge che istituì la figura dell’Ordine dei Giornalisti.

La netta divisione tra giornalisti dipendenti e stipendiati, e i freelance precari in cerca, ancora, di sbarcare il lunario, non è altro che l’anticamera di una possibile, concreta “Caporetto” della categoria professionale. I colleghi, giornalisti professionisti o pubblicisti, che svolgono la professione in modo autonomo, sono di gran lunga superiori agli operatori che hanno il posto fisso in redazione. Coprono il 50% o poco più dell’informazione giornaliera, eppure sono quasi invisibili. Molti lavorano senza un contratto, privi di tutela, percependo dei compensi ai limiti della fame. Sei anni fa, nel luglio 2014, fece tanto rumore l’iniziativa di un gruppo di colleghi che, prima, in segno di protesta fecero irruzione nella sede di Roma della FNSI. Successivamente hanno intrapreso le vie legali, con l’intento di sbattere il pugno contro la Federazione Nazionale della Stampa Italiana e la stessa FIEG (Federazione Italiana Editori di Giornali). Oggetto del contenzioso, il contratto “capestro”, così definito, firmato dal sindacato insieme alla Federazione Italia Editori di Giornali. Un contratto che ha ufficialmente “formalizzato” il precariato della professione di giornalista. Sono tanti i colleghi appassionati che, ogni giorno, fanno inchieste, anche delicate, affrontando numerosi rischi, ma costretti a fare i conti con prospettive economiche deleterie.

Disoccupazione, cassa integrazione, precari, media che chiudono. Il giornalismo soffre questo stato di crisi. I freelance? Professione in piena tormenta
“Pagata 145 euro al mese”, il triste salario di una precaria giornalista

Pagata 145 euro al mese”, il triste salario di una precaria giornalista

L’ultimo caso eclatante, ci giunge dal centro Italia. E’ il caso di una collega, freelance per una testata con sede operativa in Toscana che, stufa del trattamento economico ricevuto, decide seppur nell’anonimato più assoluto di dimostrare, carta in mano, quanto percepisce in un mese per tutti i pezzi scritti e pubblicati. La cifra è da brividi: 145,75. E’ un salario che, francamente, chi mendica per strada e lo fa con criterio, arriverebbe a percepire a fine giornata. Facendo un piccolo passo indietro nel tempo, prima delle festività natalizie, ha fatto scalpore la lettera di dimissioni con tanto di dissenso espresso, della giornalista Barbara D’Amico (Fonte, Professione Reporter: https://www.professionereporter.eu/2019/12/al-corriere-della-sera-un-pezzo-15-euro-una-collaboratrice-ringrazia-e-se-ne-va/). In forza al Corriere della Sera, redattrice di una conosciuta rubrica online del principale quotidiano nazionale, La Nuvola del Lavoro, ha deciso con grande coraggio di fare questo gesto, in primis per il rispetto della sua dignità di donna e professionista, in secundis per lanciare un diretto messaggio chiaro al resto della categoria: “mai piegarsi alle assurde richieste o pretese degli editori, svendendo competenze, lavoro e fatica”.

I freelance e il giornalismo, una passione che continua tra alti e bassi. La passione per un lavoro in piena tormenta.

Di Marco Chinicò

Marco Chinicò, 41 anni, giornalista pubblicista, fotogiornalista e videoproducer. Ideatore, fondatore, editore della testata d'informazione giornalistica, CHINICS NEWS. Nata nel 2011, online fino al 03 luglio 2019. Oggi è CHINICS NEWS MAGAZINE