Marjan Šarec. Nato nel 1977, 43 anni a dicembre prossimo, politico sloveno. Lo si potrebbe definire il “Beppe Grillo” dei Balcani. La sua carriera nasce al di fuori dei palazzi della politica; ha dedicato buona parte della sua vita alla comicità e alla satira. Satira che ha sfoggiato in buona parte dei mezzi di informazione locali, radio e televisione su tutti. Ha dato vita al personaggio di successo, Ivan Serpentinšek. Un contadino brontolone che criticava la classe politica locale e internazionale. Diversi, infatti, i leader politici che ha preso di mira: Janez Drnovšek, Karel Erjavec, Osama Bin Laden, Fidel Castro, Anton Rop, Jelko Kacin, Janez Janša, Andrej Bajuk, sono alcuni dei nomi finiti nel suo taccuino personale. Il suo modo di fare satira politica ha ricevuto elogi, critiche e maledizioni. In parallelo alla carriera artistica, ha svolto anche le professioni di giornalista e video editor. Poi, l’ascesa in politica; si candida due volte come sindaco, vincendo in entrambi i casi, ma con una sottile differenza. La prima volta è candidato nella lista Slovenia Positiva, schieramento politico fondato da Zoran Jankovic. In occasione della seconda tornata elettorale, “scende in campo” con una sua lista civica che userà anche per candidarsi, la prima volta, alle elezioni presidenziali.

Tre anni fa, decise così di sfidare il Presidente uscente Borut Pahor; ottiene il 24,9% delle preferenze andando al ballottaggio con lo stesso Presidente sloveno. Ballottaggio che ha perso per una manciata di voti nel novembre 2017. La maratona elettorale di Šarec prosegue sette mesi dopo, nel giugno 2018, quando la sua lista è in corsa per le elezioni parlamentari. Il suo partito ottiene il 12,6% dei voti, diventa il secondo a livello nazionale, e nel mese di agosto Marjan Šarec è eletto Primo Ministro sloveno, dando vita così a un Governo di minoranza, appoggiato dai partiti di sinistra. Il suo Governo è entrato in carica il 13 settembre 2018 e ha cessato il mandato, in seguito alle dimissioni rassegnate il 28 gennaio scorso, nella giornata di ieri, venerdì 13 marzo 2020. Il mandato di Primo Ministro di questo giovane “rampollo” dei Balcani, termina nel modo più inglorioso: a seguito dell’esplosione dei casi di contagio da coronavirus nel Nord Italia, il capo dell’esecutivo sloveno uscente decide di seguire l’Austria, chiudendo i confini e sbarrando eventuali accessi in Slovenia dal nostro paese.

Marjan Šarec, 43 anni, Primo Ministro sloveno. Decide di seguire l’Austria, chiudendo i confini e sbarrando eventuali accessi in Slovenia dal nostro paese.
Linea di confine che divide l’Italia dalla Slovenia- Savogna d’Isonzo
Foto: Alberto Gaffi profilo Facebook

“Ho ordinato al Ministero degli Affari Esteri di chiudere il confine con l’Italia e seguire l’Austria. Con riserva di un accordo su un’azione comune e proporzionata”. Queste le parole dell’ormai ex Primo Ministro, pubblicate sul suo profilo Twitter (Fonte dichiarazioni, profilo Twitter Marjan Sarec: https://twitter.com/sarecmarjan). Una decisione che lascia non poche perplessità, considerato che da 16 anni la Slovenia fa parte dell’Unione Europea, ha aderito al Trattato di Schengen che sancisce la libera circolazione di uomini e donne, ha sposato il gran progetto europeo, da molti oggi rimesso in discussione, per integrarsi e lasciarsi alle spalle i lunghi anni bui del Novecento, segnati da due Guerre mondiali, una guerra fredda terminata nel 1989 con la caduta dell’Unione Sovietica e del Muro di Berlino, la crisi della ex Jugoslavia, e un’atroce, sanguinosa guerra interna che ha portato alla fine, definitiva, della vecchia Jugoslavia e alla nascita di nuovi stati indipendenti.

Questa decisione, presa in extremis dall’ormai ex Primo Ministro sloveno, è necessario esaminarla andando oltre la globale ventata di “razzismo”, esplosa in queste ultime tre settimane prima contro la Cina, prima portatrice di questo sconosciuto virus,e poi contro l’Italia, come il paese europeo “infetto” da evitare, senza se e ma. Il concetto di integrazione europea “sposato” dagli sloveni per entrare nell’UE, fa venire i capelli dritti a tutti gli uomini con la diligenza del buon padre di famiglia.

Valico di confine Gorizia Casa Rossa – Italia e Slovenia
Foto: Alberto Gaffi profilo Facebook

Già nel 2003, quando il paese slavo si preparava al grande passo, non poco era lo sconcerto che aleggiava tra gli scettici. 17 anni fa, il Primo Ministro era Anton Rop, promotore dell’ingresso del suo paese nell’Europa che conta. Nonostante la ferma e convinta campagna “europeista” di Rop, i media locali boicottarono il percorso sloveno verso Strasburgo a tal punto che, come rivelò un sondaggio preparato dalla società Delo, solo il 9% della popolazione era informato sull’organizzazione di incontri, chiamati “Convenzione sul futuro della Slovenia”. Una carenza di informazione che la dice lunga sull’effettiva volontà degli sloveni nel voler entrare nell’Unione Europea. Per molti, entrare significava appoggiare una politica estera, per buona parte filo-americana. La politica interna fu “traumatizzata” dagli aspri scontri tra i partiti di maggioranza e opposizione per le candidature alle elezioni europee del 2004. A dividere fu, inoltre, l’ex ministro degli Esteri, Dimitrij Rupel, che andò contro il suo Governo, firmatario della Dichiarazione di Vilnius, con la quale la Slovenia appoggiò ad occhi chiusi l’azione militare degli Stati Uniti in Iraq. Dopo l’11 settembre 2001, aspetto da non dimenticare, l’Italia fu il primo paese ad appoggiare l’amministrazione Bush nelle guerre in Afghanistan e Iraq. Uno stivale che appoggia in “toto” il Grande Continente a stelle e strisce, non è stato mai visto di buon occhio e “perdonato” dai paesi dell’est. Tornando all’ex ministro Rupel, alcuni fonti parlarono, addirittura, di un presunto invito fatto allo stesso titolare del dicastero estero di candidarsi a Strasburgo per rimuoverlo dall’incarico dentro l’esecutivo nazionale. Come se non bastasse, Rupel finì nell’occhio del ciclone, accusato di abuso d’ufficio per aver favorito lo svolgimento di un corso universitario per diplomatici.

Andando indietro nel tempo, la storia ci parla di profondissime ferite, subite dall’Italia e dal popolo slavo, non del tutto rimarginate. L’invasione italiana di Tito che costrinse 300.000 cittadini a lasciare l’Istria e la Dalmazia, due territori ridati alla ex Jugoslavia. La strage delle Foibe, atroce eccidio del regime di Tito che tanto ci ha fatto piangere, e che durante diverse ricorrenze non è stato del tutto condannato dai partiti dell’estrema sinistra italiana che invece hanno sentenziato, sempre a squarciagola, i grandi mali causati dal nazi-fascismo, nel periodo 1939-1945. La guerra nei Balcani del 1999 che ha visto l’Italia al fianco degli Stati Uniti, paese promotore sotto l’amministrazione di Bill Clinton, dei bombardamenti in Serbia per combattere e distruggere una pericolosa potenza di nome Slobodan Milosevic. Italia e Usa furono impegnate, insieme, nelle operazioni di “peace-keeping” e ricostruzione del Kosovo che, già nei primi anni ’80 dopo la morte di Tito, e successivamente nel 1996, per volere del partito LDK, mise in atto un vero e proprio conflitto contro la Serbia di Milosevic per proclamare la propria indipendenza da Belgrado. Tutti eventi che, ancora oggi, portano ad una netta distanza ideologica tra Europa dell’Est e Occidentale. Due blocchi, formalmente non più divisi come un tempo, ma nemmeno così uniti, immersi in una convivenza e reciproca sopportazione forzata.

La decisione di Marjan Šarec di chiudere il confine sloveno, causa lo sparacchio coronavirus, è la ciliegina amara sulla torta che racconta un’integrazione europea formalizzatasi solo sulla carta, mai sbocciata in concreto. Al suo posto, è salito a capo dell’esecutivo, Janez Jansa, al suo terzo mandato in qualità di Primo Ministro, ma con una spada di Damocle sui fianchi. Una condanna a due anni di reclusione, pena già scontata, per corruzione e un’altra serie di reati commessi durante i suoi due precedenti mandati, in qualità di Primo Ministro. Ritratto di un nostro vicino di casa, “europeista” convinto e democratico, in senso eufemistico ovvio, che si può permettere di predicare, giudicare, classificare e “scansare” il prossimo.

 

Di Marco Chinicò

Marco Chinicò, 41 anni, giornalista pubblicista, fotogiornalista e videoproducer. Ideatore, fondatore, editore della testata d'informazione giornalistica, CHINICS NEWS. Nata nel 2011, online fino al 03 luglio 2019. Oggi è CHINICS NEWS MAGAZINE